La Sublime Porta

"Signori e cavallier che ve adunati/ Per odir cose dilettose e nove,/ Stati attenti e quieti, ed ascoltati/ La bella istoria che 'l mio canto muove;"

Cuma, Ekim 19, 2007

CAPORETTO (terzo episodio)



















Come promesso ieri, oggi mi occuperò di spiegare meglio quali furono i punti nei quali il comandante della 2° Armata e quelli del IV° e del XXVII° Corpo d'Armata, che avrebbero dovuto, fin dalla lettera di Cadorna del 18 settembre,
preparare la difesa dei loro settori (obiettivi principali dell'imminente attacco nemico secondo fonti via via più numerose e precise), mancarono di eseguire compiutamente gli ordini e perché il Comandante Supremo non li richiamò esplicitamente all'ordine prima del 19 ottobre.

L'IMPREPARAZIONE DEL GENERALE CAPELLO (II ARMATA)

Una prima ipotesi sulla mancata esecuzione da parte del generale Capello delle tre chiarissime (anche se giocoforza generiche, trattandosi di direttive del comando supremo ai comandanti d'armata, ai quali spetta il compito di prendere le decisioni operative sul campo) disposizioni di Cadorna evidenziate ieri riguardo alla preparazine per la difesa (disposizione delle truppe, schieramneto delle artiglierie, grado di urgenza dei lavori) avrebbe potuto individuarsi nel non essere stato sufficientemente informato e allarmato riguardo la consistenza e l'imminenza dell'attacco nemico. Una cosa è infatti predisporre la difesa per un attacco in forze imminente, altra cosa è farlo per un attacco in là da venire o per un attacco imminente ma localizzato e limitato ad annullare le conquiste italiane dell'ultima battaglia. In questo secondo caso sarebbe in effetti risultato troppo prudente e troppo poco degno del genio di Capello cambiare lo schieramento da offensivo a difensivo, rinunciando all'ultimo attacco in preparazione che avrebbe scardinato definitivamente il sistema difensivo austriaco, e quindi di fatto far raggiungere agli austriaci il loro vero obiettivo (ovvero rinsaldare la loro difesa) ancora prima di combattere, solo per dar retta a vaghe e generiche preoccupazioni del comando supremo (fondate magari più su congetture che su fatti).
Riporto dunque (dal libro di Emilio Faldella "La Grande Guerra da Caporetto al Piave 1917-1918", Nordpress Edizioni) di seguito i comunicati che nel mese che intercorso dalla lettera di Cadorna ad oggi (19 ottobre) il comando della II Armata emise verso i comandi di corpo d'armata (e questi ai comandi di divisione) in base alle informazioni ricevute riguardo all'attività nemica.
Il 30 settembre il generale Capello avvertì i Corpi d'Armata IV e XXVII della "possibilità di un'offensiva austriaca partente dalla testa di ponte di Tolmino, offensiva che potrebbe tendere ad impadronirsi della testata di Valle Judrio o risalire l'Isonzo".
L'8 ottobre accennò ad "azioni offensive eventualmente partenti dalla testa di ponte di Tolmino". Il 9 ottobre ordinò al generale Badoglio (XXVII Corpo d'Armata) di "studiare i provvedimenti migliori per arginare l'offensiva partente dalla testa di ponte di Tolmino verso la testata dello Judrio" e contemporaneamente telegrafò a Cadorna che le notizie di preparativi per un'offensiva in forze erano confermate e che la presenza di truppe germaniche era accertata (e dal contesto del telegramma si capisce quanto Capello fosse allarmato). Lo stesso giorno il generale Cavaciocchi (IV Corpo d'Armata) scrisse ai comandanti di divisione che sembrava "ormai certo il proposito nemico di offensiva dalla testa di ponte di Tolmino" e prescrisse di avere la massima cura per il collegamento fra la 46° e la 19° divisione (cioé proprio là dove il 24 ottobre si verificherà lo sfondamento sulle due rive dell'Isonzo) e costituì a cavallo del fiume una riserva di due reggimenti bersaglieri (2° e 9°).
Il 10 ottobre il generale Badoglio disse di prevedere il massimo sforzo del nemico contro la 19° divisione per impadronirsi del Monte Jeza e del Krad Vhr e infatti il 24 ottobre il nemico eserciterà il massimo sfrozo in quella direzione. L'undici ottobre ordinò che il 5° gruppo alpini (battaglioni Belluno, Val Chisone, e Monte Albergian) assegnatogli dal comando della 2° Armata si schierasse sul Krad Vrh e assegnò le dieci compagnie mitragliatrici che l'Armata aveva messo a sua disposizione, cinque alle divisione di sinistra Isonzo e cinque alla 19° divisione alla quale diede per di più trentadue mitragliatrici austriache.
Il 13 ottobre il generale Capello chiese al Comando Supremo e ottenne il 2° gruppo alpini (quattro battaglioni) da assegnare alla 50° divisione in conca di Plezzo, e ordinò alla I brigata bersaglieri di trasferirsi in valle Judrio, per parare minacce provenienti dalla conca di Tolmino.
Il 14 ottobre il generale Cavaciocchi tenne una conferenza e anninziò che l'offensiva era imminente, che la massa nemica raccolta del vallone di Chiapovano poteva sboccare da Tolmino e tendere allo Jeza e al Kolowrat sul rovescio deo IV Corpo. Previde anche l'avanzata nemica in fondovalle Isonzo e l'attacco principale sul Mrzli.
Il 16 ottobre il comando della 2° Armata ordinò che il comando del V raggruppamento alpini e il 5° gruppo alpini, già assegnato al XXVII corpo, si trasferissero al IV e che la brigata Firenze si dislocasse nella zona di Perternel, a ridosso del Kolowrat.
il 17 ottobre il generale Capello, nella conferenza tenuta con i comandanti di corpo d'armata per spiegare i suddetti ordini di rafforzamento dell'ala sinistra dell'armata, afferma che era "prevedibile il massimo sforzo da Tolmino e probabilmente esteso fino a Plezzo". Lo stesso giorno il generale Cavaciocchi richiamò l'attenzione delle divisioni sull'imminente offensiva, scrisse che non era escluso anche un attacco sul fronte della 5° divisione (conca di Plezzo) e assegnò il 2° gruppo alpini (quattro battaglioni) alla 50° divisione e il 5° gruppo alpini (tre battaglioni) alla 43° divisione (conca di Drezenca).
Il 18 ottobre il comando della 2° Armata informò il Comando Supremo che il nemico accresceva i suoi mezzi sulla fronte del IV e sulla sinistra del XXVII corpo "probabilmente con l'intenzione di attaccare dalla testa di ponte di Selisce e Drezenca"
Le previsioni erano esatte e il Comando della 2° Armata chiese un rinforzo di tre divisioni (sei brigate).
Il 19 ottobre, proprio perché gli era chiaro sia come l'attacco previsto fosse poderoso e imminente, sia come questo sarebbe stato sferrato nel settore da Plezzo a Tolmino, Capello dispose un deciso rafforzamento dell'ala sinistra dell'armata che avrebbe dovuto fermarlo (e furono fra l'altro questi gli unici suoi veri e concreti preparativi per la difesa): oltre ad un certo numero di batterie, assegnò al IV corpo sette battaglioni alpini e dislocò dietro il Kolowrat, sulla linea d'armata (in posizione intermedia fra il IV e il XXVII Corpo che occupavano più avanti, rispettivamente a sinistra e a destra, le linee avanzate e di resistenza e sui quali ci siamo dilungati ieri e ci dilungheremo in seguito), il VII Corpo d'Armata (generale Bongiovanni) e in valle Judrio la I brigata bersaglieri, oltre alla V che già vi si trovava.

Si evince da tutto questo come l'ipotesi di una non perfetta consapevolezza dell'imminenza, della forza e della zona dell'attacco nemico debba essere decisamente scartata.

Altra ipotesi sulla quale molto si è discusso è quella riguardante i cosiddetto "dissidio Cadorna-Capello". Il fondamento risiede negli ordini che Capello impartiì ai suoi comandanti di corpo d'Armata appena dopo aver ricevuto quelli di Cadorna. Nel ritrasmettere questi, infatti, li interpretò, dicendo che "se il concetto difensivo ci deve guidare, subito ad esso deve seguire quello contro-offensivo" e delindeando un possibile contrattacco il quale, partendo dalla Bainsizza (su cui gravava la maggiro parte delle forze dell'armata) e dirigendosi a nord, dietro Tolmino, avrebbe potuto colpire le forze nemiche attaccanti sul fianco sinistro travolgendole e accerchiandole. Non precisò però (e mai lo fece in seguito) se tale manovra contro-offensiva avrebbe dovuto svolgersi pressoché contemporanemante all'attacco del nemico da Tolmino e da Plezzo, impedendo sul nascere, con l'aggredire il sui fianco sinistro,che questo potesse svilupparsi, oppure se avrebbe dovuto scattare solo in un secondo momento, una volta che il nemico, lanciato all'attacco e superate le linee avanzate più a nord, si fosse infranto contro le linee di resistenza, per prederlo alle spalle e accerchiarlo, facendo cadere per manovra la testa di ponte di Tolmino e parte delle difese austriache a nord, verso il Mrzli e il Vodhil. La questione non è di poco conto, proprio è in ballo proprio la disposizione delle truppe e delle artiglierie e la predisposizione della difesa nell'intera zona del IV Corpo d'Armata e di quella parte del XXVII a destra dell'Isonzo (19° divisione), ossia proprio dove si verificherà lo sfondamento. Se la contro-offensiva di Capello avesse dovuto svolgersi contemporaneamente all'attacco nemico, ne seguiva che lo schieramento non avrebbe dovuto mutare granché, poiché avrebbero comunque dovuto rimanere (come poi in effetti rimasero) sulla Bainsizza gran parte dei soldati e dei cannoni da scagliare subito contro il fianco sinistro dell'attaccante, mentre sul fronte del IV corpo e della 19° divisione, investiti frontalmente dall'attacco, una forte difesa di profondità non sarebbe stata necessaria, poiché fin dall'inizio, sulla linea avanzata, sarebbero giunti attacchi nemici già comunque minacciati e indeboliti dalla manovra sul loro fianco. Se invece la contro-offensiva delineata avesso devuto essere sferrata in un secondo momento, una volta inchiodato frontalmente l'attacco nemico sulla linea di resistenza del IV corpo e della 19° divisione, per prendere alle spalle gli austrotedeschi, e accerchiarli oppure costringerli anche a nord a retrocedere oltre quella linea già raggiunta a settembre più a sud, sulla Bainsizza (obiettivo peraltro più ambizioso e più degno di Capello), segue necessariamente che il IV corpo e la 19° divisione (ossia il fronte da Plezzo a Tolmino) avrebbero dovuto essere capaci di resistere piuttosto a lungo e ad attacchi massicci: non si può battere efficacemente il martello contro qualcuno se l'incudine cede. In questo secondo caso, dunque, si sarebbero dovuti predisporre subito, fin dal 18 settembre, i lavori di allestimento per una linea di resistenza ad oltranza (come peraltro sarebbe stato in linea con gli ordini di Cadorna). Si sarebbero, ad esempio, dovute spostare le truppe di fanteria del IV Corpo d'Armata dalle linea avanzata (infidendibile, come discusso ieri) a quella di resistenza (specie nel tratto Mzrli-Vodhil dove le posizioni austriache erano dominanti), in modo da non perderle subito all'inizio dell'attacco ed averle per difendersi poi (fortemente e a lungo) su posizioni più forti per natura, si sarebbero dovute spostare le artiglierie di grosso calibro a destra dell'Isonzo per proteggere efficacemente il fronte da Tolmino a Plezzo (che, quando non era a destra dell'Isonzo, era comunque poco più in là sulla sinistra e raggiungibile dalle altura a destra molto meglio che dalla bainsizza o , e per non rischiare di perderle, si sarebbe dovuto spostare il grosso del XXVII Corpo d'Armata sulla riva destra dell'Isonzo, per difendere il settore davanti a Tolmino (quello in cui più mancava profondità, quello da cui, superata la dorsale, gli austrici avrebbero avuto aperta la valle dello Iudro e la via per la pianura, quello da cui era più facile per i nemici attaccare poiché, partendo da una testa di ponte ben fortificata e protetta, e per giunta servita da una ferrovia e da gallerie riparate, non dovevano attraversare l'Isonzo o essere esposti al fuoco italiano all'inizio del loro attacco). Si sarebbero insomma dovuti adempiere, relativamente alla difesa sul fronte da Plezzo a Tolmino, quei tre punti (disposizione delle truppe, schieramento delle artiglierie, grado di urgenza dei lavori) indicati da Cadorna e di cui ieri ho discusso.
Solo l'ipotesi di una controffensiva da sferrare immediatamente, in contemporanea all'attacco nemico, avrebbe giustificato il non-adempimento di quei tre punti. Ed anche in questo, infatti, il Generale Capello tentò di giustificarsi sostenendo di non aver mutato schieramento proprio in vista di una controffensiva da sferrare immediatamente dopo l'attacco austriaco approvata dallo stesso Cadorna con una direttiva del 10 ottobre. Orbene, anche questo è falso. E' vero infatti che Cadorna approvò "di massima" le disposizioni di Capello ai comandanti d'armata dell'8 ottobre in cui si parlava della contro-offensiva, ma è altrettatno vero che in quelle disposizioni, al contrario di quelle precedenti, si distingueva chiaramente fra il primo momento dell'attacco nemico da arrestare sulla linea di resistenza del fronte da Tolmino a Plezzo (momento in cui l'azione difensiva sarebbe stata, come ovvio per la necessità di reagire ad eventualità e contingenze non prevedibili in generale a priori ed evidenti solo hic et nunc nel momento dell'attacco, coordinata dei singoli comandi di corpo d'armata) e il secondo momento della controoffensiva generale coordinata dal comando d'armata se e quando si fosse presentata l'occasione propizia per cogliere un risultato concreto e decisivo. Questa eventualità di una controffensiva da sferrare a partire dalla Bainsizza e in un secondo momento rispetto all'attacco nemico, implicando necessariametne una salda difesa del fronte da Tolmino a Plezzo, è stata giustamente approvata da Cadorna, il quale vedeva così confermati i propri ordini e attivo il comando d'Armata nell'applicarli sul campo in maniera costruttiva. Non sarebbe infatti compito del Comando Supremo andare oltre l'imporre la difesa o l'attacco ad ogni armata e, dopo aver ordinato un atteggiamento difensivo, prevaricare i comandi d'Armata imponendo per filo e per segno come concretamente impostare difese e contrattacchi sui loro settori: non esisterebbero i comandanti d'Armata altrimenti e tutto farebbe il capo supremo dell'esercito, come ai tempi di Napoleone. Se anche vi fosse stato un dissidio fra Cadorna e Capello, con il primo determinato alla difesa ad oltranza e il secondo deciso a predisporre una controffensiva, tale dissidio si sarebbe dovuto tradurre in una mancata esecuzione degli ordini del primo solo nel caso di progetto per un'offensiva immediatamente susseguente l'attacco nemico. In tale caso, il generale Capello, che non era uno sprovveduto, avrebbe dovuto preparare per tempo i piani di tanto grande e poderosa controffensiva (che, nelle sue stesse dichiarazioni, avrebbe dovuto superare le ultime difese nemiche sull'orlo della Bainsizza, ovvero le stesse che avevano resistito ad un mese di attacchi potenti e ben preparati nell'undicesima battaglia sull'Isonzo). Poiché l'attacco nemico era previsto per l'ultima decade di ottobre, se avesse davvero voluto contrattaccare in contemporanea ad esso, non avrebbe dovuto trovarsi il 10 ancora a farsi approvare "di massima" il puro e astratto concetto di controffensiva: a quella data avrebbe dovuto avere già diramato i piani dettagliati ai comandi di corpo d'armata e di divisione, avrebbe dovuto già ottenere i rinforzi di artiglieria necessari (che invece, come visto, chiese solo giorni dopo) ed avrebbe dovuto già ammassare le riserve (anche quelle richieste e concesse . Nulla di tutto questo vi fu prima del 10 ottobre né dopo. L'unica spiegazione possibile, volendo credere al dissidio con Cadorna, è che Capello, a dispetto degli ordini del 18 settembre sulla preparazione della difesa ad oltranza, abbia vagheggiato una controffensiva immediata (non necessitante la difesa ad oltranza sul fronte del IV corpo e della 19° divisione) fino all'8 ottobre, senza però mai diramare ordini precisi e coerenti su di essa, e poi, temendo di venire sconfessato dal Comando Supremo avendo per tale progetto disobbedito agli ordini, abbia cambiato idea, pensando ad una controffensiva da sferrare in un secondo momento (e quindi comprendente la difesa ad oltranza che era stata ordinata), facendosela approvare da Cadorna, ma non avendo poi più il tempo di prepararla (ivi compreso di preparare la difesa del fronte da Tolmino a Plezzo). Ciò apparirebbe più degno di un generale da videogioco alle prime armi che non del genio militare che seppe conquistare Gorizia e ottenere successi impossibili per tutti gli altri comandanti italiani.
Anche l'ipotesi del dissidio va dunque rigettata.
Una terza ipotesi è avanzata da molte correnti di sedicenti "scopritori di complotti", i quali accusano Capello, in quanto massone, di aver cospirato con non meglio precisati ambienti "internazionali" per la disfatta dell'esercito o di aver voluto una sconfitta italiana per sperare di prendere il posto di Cadorna. Ora, da un lato è difficile capire quale vantaggio la massoneria in generale e Capello in particolare avrebbero tratto da un crollo dell'Italia (fra l'altro schierata con Francia e Inghilterra e quindi dalla parte tradizionalmente culla degli interessi "liberal-massonici"), dall'altro è arduo far collimare lo spirito fortemente orgoglioso e nazionalista del generale Capello (fra gli alti comendi era il meno "ingessatamente monarchico" e il più "accesamente ideologizzato", tanto che nel dopoguarra sarà fra i primi sostenitori del fascismo, salvo staccarsene poi venendo anche arrestato per cospirazione contro Mussolini) con la ricerca di una sconfitta propria e della propria armata.
Se la prima ipotesi è plausibile ma falsa, e la seconda a prima vista fondata, la terza risulta del tutto campata in aria.

La verità è, come spesso accade, molto più semplice delle congettura. Il generale Capello non predispose né la difesa né l'attacco semplicemente perché non era in grado di predisporre efficacemente nulla, essendo caduto in non leggera malattia ma non volendo per questo lasciare il comando dell'armata, sapendo di essere il sopo a riuscire a gestire un gruppo di forze così numeroso e complesso. Fu un atto di amore per l'esercito e di dedizione al dovere, che però ebbe gravi risultati. Non sappiamo però se, agendo diversamente, avrebbe migliorato le sorti. La seconda armata era cresciuta con lui, si era conformata secondo la particolare mentalità strategica sua propria e nessuno pareva in grado di prendere decisioni importanti senza il suo parere o il suo ordine. Non ne fu in grado, ad esempio, il generale Montuori, quando lo sostituì nel momento in cui l'aggravarsi della malattia lo costrinse a recarsi all'ospedale per curarsi, né ne furono in grado i comandanti di corpo d'Armata quando fu il effettivamente momento di dare attuazione nel loro particolare settore alle direttive generiche sulla difesa. L'unica speranza di predisporre una difesa efficiente per la seconda armata era data dalla lucidità di Capello, che in tanti altri momenti della guerra aveva risolto brillantemente situazioni difficili, ma che in quel momento, a causa della malattia, veniva a mancare. Ciò in sé non toglie nulla alla virtù militare di Capello: in grave malattia, anche il Duca Valentino tanto citato ad esempio di virtù e di abilità politica da Machiavelli finì per non avere più una visione chiara delle situazioni, prendere le decisioni sbagliate, travisare gli avvenimenti e le loro valenze e cadere nella trappola di Giulio II. Si può capire come allora Capello, non più lucido perché malato, non fosse in grado di prendere i provvedimenti energici e risolutivi richiesti dalla situazione, e nemmeno di eseguire gli ordini di Cadorna, ma non si può accettare che, per scusare Capello e non riconoscere i suoi errori, la Commissione d'Inchiesta abbia addossato la colpa ai soldati, sostenendo che "eventuali errori tattici furono irrilevanti rispetto alla situazione morale delle truppe". Come abbiamo cercato di dimostrare, almeno sul fronte in cui vi fu poi lo sfondamento iniziale, il mancato arretramento di fanteria e artiglieria sulla linea di resistenza, la mancata disposizione dell'artiglieria pesante (e del grosso del XXVII corpo) sulla riva destra dell'Isonzo, nonché la mancata urgenza con la quale poi si presero i provvedimenti difensivi furono elementi non trascurabili. Nessuno può affermare con certezza assoluta che, se tutto questo fosse stato fatto, lo sfondamento non sarebbe avvenuto, ma, pensando ad esempio all'errore più grave evidenziato ieri, una cosa è (o, meglio, sarebbe stato), difendere una dorsale forte per natura come quella Kozliak-Pleca-Spika-Vrsno con 18 battaglioni appoggiati da una numerosa artiglieria (avendo lasciato solo un paio di battaglioni senza artiglieria in linea avanzata), altra cosa è reggere una linea di resistenza con soli 5 battaglioni e senza artiglieria, dopo che 7 battaglioni con tutta l'artiglieria sono stati annientati, ancora prima dell'attacco, su quella avanzata dal martellamento nemico proveniente settecento metri sopra dal Masnik e dal Rudecirob, e che gli altri otto sono stati uno ad uno spazzati via dall'avanzata fra le due linee.

Concludendo, giusta era l'intuizione di Capello di contromanovrare dalla Bainsizza per minacciare di avvolgimento da sud l'armata nemica attaccante, ed era infatti ciò di cui il Boroevic (come spiegato ieri) era massimamente preoccupato, ma sarebbe stata una mossa vincente solo se fosse stata davvero applicata con coerenza. Al contrario, non solo non vennero mai determinati in maniera univoca i modi e i tempi di questa, ma non venne proprio concretamente predisposto nulla: né una contro-offensiva immediata per alleggerire subito la pressione sul fronte Tolmino-Plezzo (cosa che non avrebbe reso necessario cambiare schieramento per rafforzare il fronte in quel punto), perché altrimenti al 10 ottobre, meno di due settimane prima dell'attacco, vi sarebbero già stati i piani dettagliati, né una contro-offensiva da attuarsi in un secondo momento (cosa che invece avrebbe richiesto il rafforzamento del fronte Tolmino-Plezzo)perché in tal caso i tre punti voluti da Cadorna per la difesa (disposizone delle truppe sulla linea di resistenza ad oltranza, schieramento delle artiglierie sulla destra Isonzo e urgenza nei lavori) sarebbero stati prontamente soddisfatti sul fronte Plezzo-Tolmino.


L'IMPREPARAZIONE DEL GENERALE CAVACIOCCHI (IV CORPO D'ARMATA)

Se la mancata disposizione di adeguate riserve da prelevare dalla Bainsizza e da disporre sulla linea d'armata dietro al fronte del IV Corpo (fatta parziale eccezione per il tratto del Kolowrat presidiato dal VII, comunque schierato, come detto, solo il 19 ottobre) è un errore strategico ascrivibile esclusivamente a Capello, il mancato arretramento delle truppe di questo corpo sulla linea di resistenza consiste in un errore tattico da condividere con il comando di Corpo d'Armata. Anche ammettendo che il Comando d'Armata non avesse trasmesso le disposizioni di Cadorna sulla difesa ad oltranza da effettuarsi sulla linea di resistenza, era evidente anche ad un inesperto come la linea avanazata fra i pendii del Mrzli e del Vodhil fosse assurda, come quella sul vallone dello Slatenik non fosse affatto difendibile e come le posizioni in conca di Plezzo fossero troppo esposte e quindi da alleggerire, così come quelle oltre Plezzo verso le pendici del Canin e del Rombon. In effetti lo stesso Cavaciocchi, da tempo comandante del IV Corpo d'Armata, aveva espresso aperta preoccupazione per la tenuta della linea sotto il Mrzli e il Vodhil ( su cui aveva lasciato quei quindici battaglioni e quelle 44 batterie di piccolo e medio calibro di cui ho tanto parlato), ma si diceva fiducioso nelle possibilità di difesa date dalla ben nutrita artiglieria pesante a disposizione del corpo d'Armata. Questo punto merita di essere investigato.
L'ordine di Cadorna del 10 ottobre riguardo alla disposizione e all'uso delle artiglierie indicava chiaramente come fosse necessario, immediatamente dopo l'inizio del bombardamento nemico, concentrare il fuoco di contropreparazione sui possibili luoghi di raccolta delle truppe, sui punti di rifornimento e sulle zone di irruzione delle fanterie, in modo da schiacciare l'attacco sul nascere, e, una volta scattato il nemico all'attacco, iniziare il fuoco di sbarramento. Per chi non conosca di cose militari è pronta la spiegazione della differenza. Il fuoco di contropreparazione viene effettuato dai grossi calibri, prima dell'attacco nemico, in genere proprio durante il di lui fuoco di preparazione, per opporsi, come dice la definizione stessa, alla preparazione dell'attacco da parte del nemico. Le batterie di grosso calibro entrano in questa fase in azione, appoggiate alla bisogna dai medi calibri, per colpire le zone (in genere un po' indietro rispetto alle prime linee) in cui le truppe nemiche si stanno ammassando prima di passare all'azione, quelle da cui i primi reparti di fanteria faranno poi irruzione verso le nostre linee, i punti in cui si trovano i depositi, avanzati per l'attacco imminente, le principali vie di comunicazione sfruttate dal nemico per rifornire e rafforzare le truppe che dovranno avanzare e in genere tutti gli obiettivi di cui nemico ha bisogno per predisporsi ad attaccare. Per eseguire efficacemente il fuoco di contropreparazione è dunque necessario che gli osservatori delle batterie di grosso calibro conoscano preventivamente, almeno in linea di massima, il posizionamento degli obiettivi principali.
Il fuoco di sbarramento, invece, viene effettuati dai piccoli calibri e a volte anche da quelli medi (specie mortai), in posizione abbastanza avanzata, per creare una vera e propria cortina di fuoco e di proiettili che, come dice la definizione, "sbarri" al nemico la strada verso le nostre linee. Per avere un senso e una efficacia, tale fuoco deve essere dunque aperto solo al momento dello scatto delle fanterie nemiche (altrimenti risulta un mero spreco di munizioni) e deve partire da bocche da fuoco non troppo distanti, in modo che la precisione dei tiri permetta di costituire sulla linea desiderata (di sbarramento) una cortina di proiettili abbastanza fitta e una concentrazione di fuoco densa da parere "un muro" (in caso contrario l'effetto sarà evanescente, in quanto il nemico riuscirà tranquillamente ad infiltrarsi fra grandinate casuali di proiettili distribuite disordinatamente su uno spazio ampio), e proprio per questo si usano i piccoli e i medi calibri più mobili.

Si tratta di due momenti ben determinati e distinti nel ruolo dell'artiglieria, altrettanto importanti e tali da non dover essere mai trascurati da un comandante di Corpo d'Armata, anche in mancanza di un ordine esplicito in tal senso del comando supremo (ed il fatto che Cadorna abbia dovuto esplicitare denota solo come questi sia stato sorpreso dalla precedente omissione di ordini riguardanti la contropreparazione e lo sbarramento da parte dei suoi sottoposti). Nessuno di questi momenti è stato curato dal generale Cavaciocchi. Quanto al fuoco di contropreparazione, egli diramò ai comandanti di divisione solo ordini generici indicanti la necessità di "studiare le zone di raccolta delle truppe nemiche, di rifornimento, i nodi di comunicazione onde schiacciare il nemico nelle sue posizioni", quando nell'imminenza di un attacco sarebbe stato necessario, per chi volesse affidarsi all'efficacia dell'arma dell'artiglieria, avere già a disposizione tali informazioni, ed anche in maniera piuttosto dettagliata.
Quanto al fuoco di sbarramento, è vero che il lasciare 27 batterie di piccolo calibro e 17 di medio sulla linea avanzata poteva essere giustificato dalla volontà di creare lì davanti uno sbarramento intenso e preciso, ma è altrettanto vero che se la linea avanzata subisce il martellamento di batterie pesanti nemiche da posizioni dominanti, si può intuire come al momento poi dell'attacco quelle batteria poste così avanti possano già essere state poste fuori combattimento. Piu sensato sarebbe stato, ancora una volta, arretrare le batterie sulla linea di resistenza della dorsale Kozliak-Pleca-Spika-Vrsno, posizione comunque ottima (proprio per il fatto di essere una dorsale e quindi dominante) da cui aprire il fuoco di sbarramento verso le prime linee nemiche.
Il comportamento di Cavaciocchi (comprese le sue lamentele al comando d'armata) sarebbe stato dunque adeguato solo se vi fosse stato ancora molto tempo per spostare le truppe e riposizionare le artiglierie prima di un vero attacco.

L'IMPREPARAZIONE DEL GENERALE BADOGLIO (XXVII CORPO D'ARMATA)

Se la mancata disposizione del grosso delle divisioni del XXVII corpo d'armata sulla riva destra dell'Isonzo riguarda più il generale Capello, che avrebbe dovuto eseguire (o far eseguire) l'ordine di Cadorna indipendentemente dai suoi progetti contro-offensivi, che non Badoglio, la mancata predisposizone delle artiglierie del Corpo al fuoco di contropreparazione e di sbarramento ricade invece per intero su quest'ultimo. Egli nominò come comandante della propria artiglieria, la quale, potendo disporre di 700 e passa cannoni era forse la più potente di tutto il Regio Esercito, il colonnello Cannoniere (non si rida sul cognome), un personaggio di secondo piano, mero esecutore di ordini, evitando di scegliere un vero ufficiali di artiglieria. Il motivo è presto detto: egli, avendo ottenuto promozioni e onori per la presa di Gorizia, propiziata dal proprio operato come comandante dell'artiglieria, non voleva che altri usurpassero quanto riteneva il proprio ruolo (anche ora che era generale di corpo d'armata). Scelse dunque come comandante dell'artiglieria un uomo che sapeva non avrebbe mai potuto prendere (anche volendolo) una decisione autonoma e che avrebbe ripetuto in tutto e per tutto i suoi ordini senza alcuna inventiva e senza alcuna iniziativa. Così sarebbe rimasto lui, Badoglio, il vero artefice del successo dell'artiglieria. Peccato che quell'ottobre del 17 non fosse il momento per mettersi in mostra, ma quello di resistere all'attacco. Impegnato in tutti gli altri non banali preparativi alla difesa del fronte di un corpo d'armata, il generale Badoglio non ebbe tempo ed energie per occuparsi personalmente (come avrebbe voluto) della preparazione dell'artiglieria e dei suoi obiettivi, lasciando il Cannoniere ad emettere ordini del tipo:
1) Non eseguire tiro di controbatteria 2) Non appena il nemico accennava ad avanzare, tiro di sbarraemento, in modo da impedire l'attacco. 3) Non appena il nemico avesse iniziato la rottura dei varchi dei nostri reticolati, nelle nostre trincee, facendo così comprendere dove voleva lanciare le sue masse, battere i tratti di trincee nemiche dai quali essi doveva sbucare, tratti ce dovevano rilevarsi per gli indispensabili preparativi che su di essi il nemico doveva fare. 4) Nel caso che qualche nostro tratto di trincea fosse caduto, eseguire subito un violento tiro di repressione [...]
ordini assurdi, ed evidenzianti l'ingenuità ed il candore (nel migliore dei casi) di chi li scrive, poiché distinguere il momento in cui il nemico taglia i reticolati nel fragore della battaglia è pura utopia. La mancanza di qualsiasi valida preparazione degli obiettivi dell'artiglieria (e in particolare del fuoco di contropreparazione) assolutamente necessaria invece in quei frangenti (fermare un attacco nemico previsto e localizzato) è testimoniata da ordini basati non su dati di puntamento e indicazioni oggettive, ma sulle "impressioni" che si sarebbero dovute cogliere a vista e sul momento, come nella direttiva appena citata, da cui dunque pare, incredibilmente, che se vi fosse stata la nebbia o se fosse stato ancora buio non si sarebbe dovuto aprire il fuoco.
Scrive il Faldella:
"Si disse che Badoglio avrebbe prescritto che le artiglierie aprissero il fuoco soltanto quando lo avesse ordinato lui stesso. C'è chi si aspetta di vedere uscire il testo dell'ordine dalla famosa cassaforte, contenente i documenti relativi alla battaglia, che esiste, ormai aperta, presso l'Ufficio Storico, e c'è chi ritiene che questo documento sia stato distrutto, insieme ad altri, dopo la prima guerra mondiale. Vana è l'attesa e infondata la supposizione: il documento non è mai esistito, per la semplice ragione che il generale Badoglio non aveva bisogno di emanare un ordine scritto per confermare l'avocazione a sé della facoltà di far aprire il fuoco, perché gli si era riservato a priori l'impiego dell'artiglieria."
Il fatto che poi Badoglio abbia scelto di porre il comando di corpo d'armata lontano dall'Ostri Kras (su cui vi era il comando dell'artiglieria occupato da Cannoniere che non si azzardava nemmeno ad aprire il fuoco dell'accendisigari senza l'ordine di Badoglio) e quindi si sia auto-impossibilitato, nel caso (ritenuto molto probabile, dato che nelle riunioni di settembre si parlava di istiuire un sistema di trasmissione degli ordini basato su piccioni viaggiatori) di interruzione delle comunicazioni, ad intervenire per dare gli opportuni ordini alle batterie pare davvero eccessivamente grave per essere anche solo concepito. Avere poi per tutti questi motivi settecento e passa cannoni, molti di grosso calibro e ben riforniti di munizioni, che stanno muti mentre il nemico per ore e ore effettua la sua preparazione, e che poi, durante l'avanzata, rinunciano a martellare le colonne austro-tedesche le quali marciano indisturbate nel fondovalle aggirando e circondando con poca fatica le posizioni italiane (senza subire quelle forti perdite che chiunque in quelle condizioni subirebbe in una guerra di montagna dalle artiglierie del difensore) è qualcosa di non certo irrilevante per l'esito di una battaglia.

IL NON INTERVENTO DIRETTO DI CADORNA FINO AL 19 OTTOBRE

Ci si può chiedere ora perché il generale Cadorna, vedendo che né il comandante d'armata né quelli di corpo d'armata stavano validamente eseguendo i suoi ordini, abbia lasciato correre almeno fino ad oggi, 19 ottobre.

Una prima valida spiegazione risiede nell'assoluto rispetto che un uomo della vecchia scuola sabauda come lui nutriva sia verso i sottoposti, sia soprattutto verso il loro ruolo. Così come il suo carattere (non certo facile) non tollerava ingerenze di altri nelle prerogative del comando supremo, con altrettanta chiarezza ed onestà rispettava la libertà di decisione e di azione dei suoi sottoposti in quegli ambiti che la gerarchia dell'esercito assegnava al loro ruolo. Una volta che aveva deciso di predisporre la difesa, non riteneva né suo dovere né suo diritto invadere la sfera dei comandi di armata dettagliando le istruzioni da seguire sui loro fronti e i piani da attuare sui loro campi d'azione. Fino a ché le scelte dei comandi d'armata non avessero palesemente contraddetto gli ordini superiori della linea generale di difesa, sarebbe per lui stato un insulto ai suoi sottoposti intervenire. Va detto questo, a difesa del tanto bistrattato modo del generale Cadorna di trattare gli altri generali.
Quando un generale non era ritenuto da lui più meritevole di fiducia, questi veniva silurato senza pietà, ma fino a quando egli stabiliva dovesse restare al suo posto, perché meritava fiducia, tale fiducia veniva concessa, con senso etico-cavalleresco forse proprio di secoli ben più antichi e nobili, in maniera illimitata, lealissima e senza quegli ossessivi controlli, buoni tutt'al più per un tenentino al primo comando più che non per un generale d'armata, che caratterizzavano invece molti comandanti in capo contemporanei di mentalità più "piccolo-borghese" (mi si passi il termine per chi si comporta con collaboratori e dipendenti come un bottegaio che non si fida del garzone, o come un direttore che non si fida del Fantozzi di turno).
Cadorna, nonostante eventuali dissidi passati, stimava il generale Capello e almeno fino a che avesse deciso di tenerlo a capo della Seconda Armata, aveva tutta l' intenzione di lasciare al suo genio e soprattutto alla sua dignità di comandante tutte quelle libertà di azione proprie di chi è chiamato a comandare un'intera armata. Per questo non sospettò neppure per un attimo che Capello potesse non eseguire gli ordini emanati il 18 settembre o che la sua progetta contro-offensiva fosse in contrasto con essi (e per questo, come visto, la approvò interpretandola come successiva all'arresto del nemico sulla difesa ad oltranza precedentemente ordinata).
Questo spiega la mancanza di inverventi per correggere la condotta di Capello. Quanto invece a quella dei comandanti di Corpo d'Armata, Cadorna, come detto prima, intervenne per chiarire la necessità di disporre le loro artiglierie al fuoco di contropreparazione e di sbarramento, e Montuori, che sostituiva provvisoriamente Capello, parafrasò i suoi ordini trasmettendoli ai comandi di corpo d'armata
"Le più probabili zone di partenza delle truppe nemiche [...] debbono essere già note, almeno approssimativamente, ai comandi di Corpo d'Armata. Essi dovranno disporre che tali zone siano battute violentemente fin dall'inizio del bombardamento nemico per soffocare fin dalla sua preparazione lo scatto delle fanterie avversarie, schiacciandole nelle loro stesse trincee di partenza prima ancora che il loro attacco riesca ad essere sferrato. I comandi di Corpo d'Armata di prima linea vorranno comunicare a questo comando, entro il 13 corrente, quali sono le probabili zone di irruzione nemica, affinché si possa disporre che anche altre batterie ed altresì di grosso calibro concorranno a questi tiri di contropreparazione allo scatto delle fanterie nemiche".
Il comando della 2° armata concluse chiedendo speciale assicurazione su questo argomento. Sarebbe interessante, nota sempre l'ottimo Faldella, sapere quali "speciali assicurazioni" diedero i comandi del IV e del XXVII Corpo.
Insomma, gli ordini in proposito furono dati da Cadorna e ritrasmessi dal comando della 2° armata: se poi Cavaciocchi e Badoglio non hanno saputo dare concretamente seguito a tali ordini la colpa ricade su loro soltanto, poiché mai si è visto un comandante in capo dell'esercito girare fra gli osservatori dell'artiglieria o fra gli uffici informazioni a cercare di stabilire gli obiettivi nemici da colpire e a disporre le singole batterie a tale scopo.
Che poi questi, per discolparsi, abbiano raccontato (sapendo di mentire) che nel 1917 l'artiglieria italiana non conosceva ancora il fuoco di contropreparazione è tutto un altro discorso, che non riguarda certo Cadorna.

Altra spiegazione invece per il comportamento del comando supremo fino al 19 ottobre, può essere il suo pensiero riguardo alla consistenza dell'attacco austro-tedesco. Come visto, il servizio informazioni del comando supremo aveva allertato per tempo Cadorna, ma successivamente le conclusioni che si traevano dai dispacci si fecero sempre più volte a minimizzare l'importanza dell'attacco e la partecipazione dei tedeschi
30 settembre: pare che il nemico abbia abbandonato per il momento l'idea di un'offensiva.
2 ottobre: un ufficiale polacco catturato riferisce di una probabile azione in grande stile e accenna a un attacco dalla testa di ponte di Tolmino. E' segnalata la presenza nelle retrovie di Tolmino di una divisione austriaca e di due battaglioni tedeschi. Conclusione: un'offensiva nemica avrebbe soltanto carattere di operazione locale.
8 ottobre: segnalati attivo movimento ferroviario, presenza di truppe germaniche fra Lubiana e Tolmino, prossimo arrivo della divisione slesiana, arrivo di artiglieria germanica, conclusione: probabile offensiva per riprendere l'altipiano della Bainsizza, con concorso germanico molto limitato.
9 ottobre: intensa affluenza di segnalazioni di arrivo di truppe germaniche. Conclusione: il nemico ha serie intenzioni di offensiva; voci indicano zona di attacco da Kal a Tolmino e la data: ultima decade di ottobre.
13 ottobre: un'offensiva nemica è molto probabile e prossima nel settore da Tolmino al Monte Santo.
17 ottobre: segnalazione di addensamento di truppe nemiche da Tolmino verso nord, numerose bombarde e artiglierie fra Tolmino e Monte Nero, truppe salde e ben provate in conca di Plezzo.
Solo a una settimana dall'attacco per la prima volta l'attenzione era rivolta al settore Plezzo-Tolmino, e per di più la conclusione era sconcertante: "non sembra fuori luogo attribuire al nemico l'intenzione di contrastare un'eventuale nostra avanzata con un'azione controffensiva".

Si sostiene che tali conclusioni fossero tratte apposta per non dispiacere a Cadorna, per lisciare e compiacere quella che si riteneva essere la sua personale opinione. Così anziché essere il servizio informazioni del comando supremo ad ad informare il comandante supremo era questo a ordientare le informazioni. Tutto molto tautologico. L'opinione di Cadorna non era però affatto infondata. Egli aveva il pregio di ragionare onestamente riguardo al nemico, ossia di attribuire come intenzioni a questi non già quello che avrebbe voluto come comandante italiano, ma quello che, al suo posto, avrebbe fatto egli stesso da comandante austriaco per nuocere massimamente all'esercito italiano. Poiché secondo Cadorna conveniva ai Tedeschi, dopo l'uscita di scena della Russia ad est, mettere fuori gioco l'Italia in maniera definitiva per poi concentrarsi a chiudere la partita con la francia a ovest (cosa che davvero era nelle intenzioni degli austro-tedeschi), ne conseguiva che avrebbero attaccato l'Italia in maniera tale da poter ottenere un successo decisivo. Le precedenti esperienze di battaglia sia difensive sia offensive sul fronte italiano avevano convinto Cadorna che data la natura del territorio (ostile all'offensiva) un successo davvero decisivo si sarebbe potuto ottenere soltanto attaccando contemporaneamente dal Trentino e dall'Isonzo, in modo da impedire all'esercito italiano di spostare truppe da un fronte all'altro secondo il bisogno e da provocarne così l'accerchiamento di quasi tutte le sue forze e il collasso totale. Costituisce più di una coincidenza il fatto che questo parere fosse anche quello del Feldmaresciallo Conrad Von Hotzendorf, il quale, infatti, premette a più riprese sull'alto comando austroungarico per ottenere rinforzi ai fini di un'offensiva dal trentino in contemporanea di quella sull'Isonzo. I tedeschi però non vollero distogliere forze dalla loro operazione, e venne accordato a Conrad di disporre di alcune divisioni (per la sua sospirata offensiva trentina) solo dopo che queste avessero contribuito a sfondare il fronte isontino (e dunque fossero già per così dire "meno impegnate" dovendo poi compiere solo un inseguimento ad un'armata sconfitta e non già uno sfondamento su un'armata intatta come all'inizio). Ne conseguiva che, poiché i preparativi sul Trentino (nonostante i tentetivi austriaci di simulare il contrario) non lasciavano presagire nell'imminenza grandi offensive, anche l'offensiva (ormai certa e imminente) sull'Isonzo non poteva essere nulla più che un tentativo di annullare i progressi italiani dall'inizio della guerra in modo da consolidare il fronte in attesa della vera offensiva più avanti o addirittura nell'anno venturo. Non si concepiva infatti un'offensiva su larga scala operata in maniera da non poter essere decisiva (poiché operata su un solo fronte, su quello che agli Italiani era costato tanto tempo e tanta fatica spostare ogni volta di pochi chilometri nelle precedenti undici battaglie). Il ragionamento di Cadorna sarebbe stato perfetto se avesse dovuto fronteggiare i soli austriaci con cui si era sempre misurato (e che infatti avevano le stesse opinioni), mentre rispetto ai tedeschi dimostrava una ciecità di fondo (giustificata dal fatto di non avere assistito alla battaglia di Riga del settembre scorso). Le nuove tecniche della fanteria tedesca (spiegate ieri) permettevano lo sfondamento del fronte laddove i metodi tradizionali avrebbero permesso solo sue limitate modificazioni a favore dell'attaccante. Con tali tecniche non era assurdo pensare ad un'azione di totale rottura del sistema difensivo italiano anche attaccando dal solo fronte Isontino (e non contemporaneamente su due fronti come sarebbe stato necessario altrimenti).

Domani esaminerò invece il comportamento del generalissimo Cadorna dopo il 19 ottobre (a meno di quattro giorni dall'attacco austro-tedesco).

Etiketler:

6 Comments:

At Cumartesi, Ekim 20, 2007 8:00:00 ÖS, Blogger davide said...

Caro Sultano,

RIPORTO QUI SOTTO UN ARTICOLO TRATTO DAL BLOG DI BEPPE GRILLO. PARLA DI UN DISEGNO DI LEGGE DI INIZIATIVA GOVERNATIVA CHE SE VENISSE APPROVATO COMPORTEREBBE LA CHIUSURA DEL 99% DEI BLOG ESISTENTI.

“La legge Levi-Prodi e la fine della Rete

Ricardo Franco Levi, braccio destro di Prodi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ha scritto un testo per tappare la bocca a Internet. Il disegno di legge è stato approvato in Consiglio dei ministri il 12 ottobre. Nessun ministro si è dissociato. Sul bavaglio all’informazione sotto sotto questi sono tutti d’accordo.
La legge Levi-Prodi prevede che chiunque abbia un blog o un sito debba registrarlo al ROC, un registro dell’Autorità delle Comunicazioni, produrre dei certificati, pagare un bollo, anche se fa informazione senza fini di lucro.
I blog nascono ogni secondo, chiunque può aprirne uno senza problemi e scrivere i suoi pensieri, pubblicare foto e video.
L’iter proposto da Levi limita, di fatto, l’accesso alla Rete.
Quale ragazzo si sottoporrebbe a questo iter per creare un blog?
La legge Levi-Prodi obbliga chiunque abbia un sito o un blog a dotarsi di una società editrice e ad avere un giornalista iscritto all’albo come direttore responsabile.
Il 99% chiuderebbe.
Il fortunato 1% della Rete rimasto in vita, per la legge Levi-Prodi, risponderebbe in caso di reato di omesso controllo su contenuti diffamatori ai sensi degli articoli 57 e 57 bis del codice penale. In pratica galera quasi sicura.
Il disegno di legge Levi-Prodi deve essere approvato dal Parlamento. Levi interrogato su che fine farà il blog di Beppe Grillo risponde da perfetto paraculo prodiano: “Non spetta al governo stabilirlo. Sarà l’Autorità per le Comunicazioni a indicare, con un suo regolamento, quali soggetti e quali imprese siano tenute alla registrazione. E il regolamento arriverà solo dopo che la legge sarà discussa e approvata dalle Camere”.
Prodi e Levi si riparano dietro a Parlamento e Autorità per le Comunicazioni, ma sono loro, e i ministri presenti al Consiglio dei ministri, i responsabili.
Se passa la legge sarà la fine della Rete in Italia.
Il mio blog non chiuderà, se sarò costretto mi trasferirò armi, bagagli e server in uno Stato democratico.
Ps: Chi volesse esprimere la sua opinione a Ricardo Franco Levi può inviargli una mail a : levi_r@camera.it”

NON LASCIAMO CHE IL GOVERNO CI METTA IL BAVAGLIO: PROTESTIAMO TUTTI ASSIEME.

Tanti saluti Davide

 
At Cumartesi, Ekim 20, 2007 10:03:00 ÖS, Blogger Beyazid II Ottomano - Sultano di Costantinopoli said...

Temo che se esprimessi al signor (ovviamente il termine è eufemistico) Franco Levi il mio pensiero, rischierei di attingere al turpiloquio del peggior (o, se volete, miglior) Pietro Aretino.

Mi limito a notare come il restringere e l'imbrigliare la libertà dei cittadini (o ormai dobbiam dire sudditi) non solo in questo campo internettiano, ma anche, ad esempio, in quello della circolazione stradale (in Inghilterra non si potrà neppure cambiare cd in auto, e ormai in Italia bisogna aprire mutui se si viene beccati a caso dall'autovelox con correlazione zero rispetto alla sicurezza reale), della pubblica istruzione (i bambini della scuola dell'obbligo vengono condotti dalle maestrine sessantottine a "iniziative culturali" e "lavori di gruppo" sotto la bandiera della pace con lo stesso zelo con cui nel fascismo si faceva salutare il tricolore: ma almeno quella era una bandiera nazionale esprimente un'identità di popolo), della prostituzione (in Corea addirittura, dopo aver voluto il carcere per i clienti, ritirano il passaporto a chi va a puttane all'estero), della vita economica quotidiana (ormai ogni passaggio di denaro può essere controllato dallo stato e soprattutto dalle banche e dalle multinazionali), dell'espressione pubblica di proprie vedute storico-filosofiche non conformiste (vedi le varie leggi e leggine in grado di incriminare a discrezione del giudice chiunque proponga tesi non "politically correct": il Italia le ha fatte Mastella, altrove gli storici vanno già in galera, e in Germania addirittura si preparano volantini informativi per i turisti riguardo alle espressioni che non si possono usare o i concetti che non si possono esprimere) e persino del tifo calcistico (solo dieci anni fa sarebbe stato impensabile proibire partite per i classici, coreografici e diciamo pure artistici sfottò fra le varie tifoserie sulla base di campanilismi o rivalità regionali ora chiamate ingiustamente razzismo) sia ormai una costante dei governi cosiddetti "democratici".

Per chi non ha mai avuto fiducia nella democrazia (che già nel termine "demos" contiene l'elemento negativo della massa indistinta da cui il saggio non può certo aspettarsi la vera libertà) non è una sorpresa.

Chi invece ha ingenuamente creduto in questi decenni alla "democrazia" dovrà rendersi conto di come il processo storico iniziato dopo l'11 settembre abbia dato modo ai governi sedicenti democratici di fare carta straccia, sia pure in maniera formalmente corretta, graduale e nascosta, dei "diritti individuali".
Vedrete che ogni scusa sarà buona: la sicurezza stradale, la pace, la protezione dei bambini, la lotta alla tratta, l'evasione fiscale, il terrorismo, l'antisemitismo, la pedofilia, la violenza negli stadi, il razzismo.

Ora gli stati hanno mezzi tecnologicamente in grado di controllare le masse, come mai li hanno avuti in passato, ed è utopico pensare che non li usino per amore della libertà (ammesso che sappiano cosa sia la libertà o che in generale sappiano amare).
Come Robespierre usava la ghigliottina, Bush usa lo spionaggio delle e-mail. E il secondo metodo è più pericoloso in quanto invisibile e in grado di raggiungere sistematicamente tutti (mentre dalla ghigliottina con un po' di fortuna si poteva sfuggire, magari riparando all'estero).
Fra poco troveranno il modo di controllarci anche il pensiero e ci arresteranno prima di ogni nostro atto libero con la scusa che in germe ci sarebbe l'idea del crimine , dell'immoralità o della sovversione.
In questo contesto una città anarchica come quella di Fuga da New York sarebbe un paradiso. Io sono più pessimista. Io firmerei per un mondo sia pure ingiusto, violento, perverso, ma almeno ancora in grado di lasciare agli individui le libertà di scegliere diversamente e di pensare diversamente, diversamente, intendo, dal "gregge", ossia da quelli che, per essere in tanti e per conformarsi a quanto le lobbies ritengono "accettabile" sono considerati unanimamente "avere ragione", "essere democratici" e "essere i soli cittadini rispettabili". Chi si opporrà sarà tacciato di essere criminale, sovversivo, razzista, antisemita, immorale, nemico dei bambini e delle donne, privo di etica e di rispetto per la democrazia e le sue regole. Del resto si tratta dello stesso tono con cui tutti i regimi tirannici hanno messo alla gogna e alla morte i "rivoluzionari". E' certo però che se Luigi XVI o Hitler o i governi comunisti avessero avuto i mezzi di oggi non sarebbero sorti né gli stati liberali di diritto, né le resistenze, né i vari movimenti di opposizione al regime bolscevico. Non ci si inganni sul potere della "libera stampa". Rispetto alla propaganda di Goebbels, cambia solo la tattica: anziché far dire grandi balle ad un uomo solo, si fanno dire tante piccole balle a tanti piccoli uomini. E' così che funziona l'informazione "democratica". E forse funziona anche troppo bene.
Temo che non avremo più nemmeno la possibilità di essere ribelli come Jena Pleskeen. Tutti i governi di tutto il mondo, la Cina in primis, si stanno muovendo, chi più chi meno, e con motivazioni diverse, in tale direzione, con strumenti a volta repressivi, a volta persuasivi, a volta di controllo.

Il governo Prodi (che io ho sempre fortemente osteggiato e disprezzato) non fa in questo eccezione né nel bene né nel male. Sono quasi sicuro che la destra appoggerà in parlamento tale legge, magari non direttamente.

Destra e sinistra sono solo apparenze. La realtà è fatta di precisi interessi che il teatrino della politica deve soltanto nascondere agli occhi delle masse. I politici sono solo pupazzi. Il vero potere è, ovunque, quello delle lobbies finanziarie, che non traggono alcun interesse dalla presenza di cittadini liberi, intelligenti e con spirito critico. Più le masse sono invece manipolabili, schiave della pubblicità, credulone ai messaggi dei politici, incapaci di giudicare autonomamente e soprattutto di riconoscere il proprio interesse e quello di chi comanda, più i profitti di chi conta saliranno e più facile sarà l'azione di controllo del mondo e al giustificazione dei vari interventi (di tutti i generi). Del resto già nel 1913, quando la Federal Reserve venne inaugurata, un banchiere di Londra si rese conto del trucco e disse: “I pochi che capiranno il sistema saranno così interessati ai suoi profitti, o così dipendenti dai suoi favori, che non ci sarà opposizione da quel tipo di classe ... La grande maggioranza della gente, mentalmente incapace di comprendere, sopporterà la relativa difficoltà senza reclamare e forse senza nemmeno sospettare che il sistema è ostile (contrario) ai suoi interessi.”
Sciocco è chi se la prende con Prodi o con Berlusconi, con Bush o con chi cavolo gli si oppone in america. Il mondo intero è ormai come nel teatrino siculo dei pupi, nel quale è chi non parla e agisce da dietro le quinte a detenere il vero potere.

Pensare di combattere questo potere lamentandosi con chi è da esso manovrato è quasi puerile. Inutile è cercare di convincere qualcuno che è pagato per pensare certe cose. Dannoso è poi opporsi, disarmati, a chi è armato.

Comunque, se mi volete per una causa persa, ci sono. Ditemi che devo vare per giovare alla causa. Come Red Butler, amo le cause perse.

SALUTI DALLA SUBLIME PORTA

 
At Cumartesi, Ekim 20, 2007 11:33:00 ÖS, Blogger davide said...

Caro Sultano,

"Comunque, se mi volete per una causa persa, ci sono. Ditemi che devo vare per giovare alla causa. Come Red Butler, amo le cause perse."

Io non sono così pessimista. In rete ci sono tante iniziative contro questa legge (raccolta di firme, petizioni e altre iniziative). Se ci muoviamo tutti sono fiducioso che questa legge liberticida non passerà.

Tanti saluti Davide

 
At Pazar, Ekim 21, 2007 12:16:00 ÖÖ, Blogger Beyazid II Ottomano - Sultano di Costantinopoli said...

E anche se "tutti" ci muovessimo e vi fossero milioni di firme e controfirme?
Da cinquant'anni milioni di Italiani vogliono abrogare la Merlin, eppure non lo si può quasi dire in ambienti politically correct e in parlamento (sorge sempre il "muro" catto-femminista).
Qualche anno fa milioni di Italiani non volevano l'euro.
Oggi milioni di Italiani vorrebbero che il governo se ne andasse a casa e che magari tutti i politici in generale se ne andassero (vedi fenomeno V-Day).
Credete che se chi ha deciso considera tale legge davvero liberticida (e quindi importante) si lascerà convincere ad abrogarla? E perché?

Il governo Prodi è al minimo storico, ormai è odiato dallo stesso blocco sociale che avrebbe dovuto sostenerlo. Cosa può importare al Presidente del Consiglio se i milioni di italiani già irritati per tanti altri motivi si adirano ora per questa legge e fanno la voce grossa in rete?

Più in giù di così non va. Nulla da perdere. Tanto i sistemi "democratici" impediscono ai cittadini di usare metodi efficaci contro i politici. Ogni metodo efficace è detto "anti-democratico". Con i metodi "politically-correct" delle firme raccolte e degli scioperi della fame non ho mai visto vincere una battaglia (anche quando si raccolsero le firme per i referendum e si vinsero i referendum, e penso alle tante occasioni di inizio anni novanta, i politici trovarono sempre il modo per fare come nel gattopardo).

E se anche per caso si vincesse questa battaglia contro il governo Prodi, ci saranno sempre altri governi ed altri governanti che approveranno altre leggi per avvelenare la libertà degli individui, per un motivo o per l'altro. Il libro delle giustificazioni è sempre aperto (magari in questo caso si trovaranno mamme disperate che diranno "ah, quella fogna della rete dove pullulano i pedofili, avete visto quel canadese? controllate tutto, chiudete tutto, voglio che il mio bambino cresca tranquillo e CONTROLLATO").
Per controllarci in ogni mossa della nostra vita privata ed economica, del resto, stanno già usando la scusa degli evasori, e per seguirci in ogni spostamento fisico quella della sicurezza stradale.....

Non serve a nulla, secondo me, lamentarsi con quei pupazzi dei politici. I governi usano certi strumenti di controllo e coercizione non perché sia giusto e democratico, ma semplicemente perché hanno vantaggio dal farlo e perché hanno i mezzi per farlo.

E' mai servito a qualcosa "ai barbari chieder mercé"?
L'unico modo per poterci difendere è togliere loro quei mezzi, o dotarci di mezzi simili.

SALUTI DALLA SUBLIME PORTA

 
At Pazar, Ekim 21, 2007 10:24:00 ÖÖ, Blogger davide said...

Caro Sulatano,

devo ammettere che condivido quello che hai detto: la libertà di informazione dei blog sfuggendo ai controlli dei partiti (tutti quanti) dà fastidio sia a sinistra che a destra che al centro. Però in questo caso i partiti fiutano aria di elezioni. Poichè ho letto dei rapporti che dicono che in Italia milioni di persone leggono tutti i giorni dei blog, se ci sarà una forte mobilitazione i partiti si schiereranno contro questo disegno di legge, non per amore della libertà, ma per paura di perdere dei voti.

Saluti Davide

 
At Pazar, Ekim 21, 2007 4:55:00 ÖS, Blogger Beyazid II Ottomano - Sultano di Costantinopoli said...

Il problema è che finché la gente comune ragiona come una mia conoscente, la quale dice "se dovessi tutelare il mio bambino chiuderei tutti i siti del mondo", i politici o chi per loro avranno sempre ottime scuse per attivare arbitrariamente o addirittura preventivamente la censura (ah, la lotta alla pedofilia, la protezione dei minori, il rispetto delle leggi sulla stampa) ottenendo anche il consenso di milioni di comuni cittadini convinti di tutelare i figli e la legge.

Se non ci si rende conto che già così la PP può risalire agli autori di post criminosi e che, per tutelare i minori o le leggi vigenti, non vi è alcun bisogno né tecnico né legale di mettere il bavaglio alla rete obbligando alla registrazione i blog, ma che tutto ciò serve solo a individuare a priori dei responsabili da citare in giudizio in caso di "messaggi scomodi" (da far poi pagare a caro prezzo, come avvenne, per la carta stampata, con le vignette di Forattini, il quale, satiro scomodo, venne messo così a tacere dall'allora presidente D'Alema), la libertà di pensiero sarà sempre minacciata con il silenzio-assenso di gran parte del popolo.

SALUTI DALLA SUBLIME PORTA

P.S.
Mi avessero detto solo cinque anni fa che un giorno avrei dovuto concordare con un comico come Beppe Grillo e addirittura sostenerlo, mi sarei indignato. Che tempi!

 

Yorum Gönder

<< Home